22 ottobre 2010

Fotovoltaico energia del futuro Ma dove metteremo i pannelli “esausti”?

Smaltimento "eco" dei materiali: "Bisogna responsabilizzare i produttori, ne va della credibilità della green economy". Sarebbe vantaggioso, a livello economico oltre che ambientale, recuperare i materiali dei moduli, inclusi quelli tossici. In Europa qualcosa si muove


Il fotovoltaico è in forte ascesa tra i metodi per produrre energia da fonti rinnovabili. Ma che cosa succede quando i pannelli solari completano il loro ciclo di utilizzo? Una volta “vecchi”, finiranno in discarica? Emblema della tecnologia pulita, potrebbero presto diventare “troppi” se non si saprà come smaltirli. Nati per dare respiro ecologico alla produzione energetica, i pannelli rischiano di aggiungersi alle tonnellate di rifiuti di un’industria, quella elettronica, votata a un livello di innovazione sempre più veloce. “E’ il momento di pensare a una soluzione”, avverte Sheila Davis dalla Silicon Valley: “Bisogna agire alla fonte responsabilizzando i produttori, in modo che prevedano fin dall’inizio la sorte finale di ciascun pannello, a cominciare dalla chimica dei suoi componenti. Ne va credibilità della green economy”.
Pannelli solari e moduli fotovoltaici hanno una durata di vita media di almeno 20/25 anni. Ciò significa che la maggior parte di quelli installati fino ad oggi non ha ancora raggiunto la sua fine. Il problema quindi non riguarda tanto i nuovi pannelli, quanto quelli che stanno invecchiando. Lo sa bene la Davis, direttrice esecutiva della Silicon Valley Toxics Coalition (Svtc), gruppo ambientalista californiano, da tempo leader nella gestione dei problemi legati all’e-waste (inclusi quelli dovuti ai rischi ambientali dovuti allo smaltimento dei rifiuti dell’industria elettronica nella baia di San Francisco). Il gruppo ha deciso di focalizzarsi sul boom dell’energia solare nella Silicon Valley, creando fra le altre cose una lista delle compagnie produttrici che indichi quali di esse facilitino i propri clienti nel riciclare i pannelli, o quali di esse si prendono cura del prodotto stesso alla fine del suo ciclo di vita (il cosiddetto takeback).

Moduli e pannelli contengono alcuni degli agenti potenzialmente dannosi caratteristici dei materiali elettronici, inclusi tetracloruro di silicio, cadmio, selenio ed esafluoruro di zolfo, composto inorganico trasparente e inodore fra i più potenti gas serra esistenti. Per questo si sta iniziando a parlare della responsabilità dei produttori, nel tentativo di evitare le ricadute ambientali, sociali ed economiche di uno spreco di risorse che potrebbe compromettere in partenza la credibilità della green economy.

Quella solare è la fonte di energia di cui disponiamo in maggiore quantità. Basti pensare che, secondo calcoli della Nasa, ogni ora il Sole irradia la Terra dell’energia utilizzata dall’intera umanità nel corso di un anno. Oggi anche negli Usa l’energia solare, da un fenomeno di nicchia, sta diventando di massa (grazie ad incentivi, politiche favorevoli e sviluppo tecnologico). Non solo, nel 2009 Greentech Media ha calcolato che la domanda di energia solare americana aumenterà del 50% all’anno fino al 2012, arrivando così a circa 2000 Mw installate su scala nazionale (vorrebbe dire più della Germania, attualmente leader mondiale nel solare), contro le 320 Mw del 2008.

Il problema è che la maggior parte delle compagnie vede ancora lo smaltimento ed il riciclaggio come un costo. Dustin Mulvaney, scienziato specializzato in tematiche legate all’energia solare che lavora all’Università della California a Berkeley, oltre che come consulente della Svtc, ha però analizzato i pannelli e i moduli attualmente sul mercato, affermando alla fine delle sue ricerche che sarebbe estremamente vantaggioso, a livello economico oltre che ambientale, recuperare i materiali dei moduli, inclusi quelli tossici o potenzialmente tali.

Ma come si può mettere sia i produttori che gli acquirenti in condizione di riciclare, una volta arrivato il momento, i materiali contenuti negli impianti dismessi? Secondo Sheila Davis, il trucco per portare ad una “responsabilizzazione” dei produttori, oltre che ad una riduzione dei costi di riciclaggio, sta nella fase di progettazione: «Se non guardi al riciclaggio quando progetti il prodotto, in seguito è molto difficile poterlo riciclare», ha affermato la direttrice della Svtc, «ma se sai che ti dovrai prendere cura del riciclaggio al termine della sua vita, puoi fare le modifiche necessarie in fase di design del tuo prodotto per ridurre quel costo».

E in Europa? La rigenerazione e la raccolta degli impianti che producono energia solare avviene ancora su base volontaria, ma promette molto bene. In Germania è stata infatti organizzata una filiera industriale del recupero, la PV Cycle, che si propone di rendere “doppiamente verde” l’energia solare “individuando, raccogliendo e riciclando tutti i moduli fotovoltaici alla fine del loro ciclo di vita”. «Siamo stati i primi ad adottare questo sistema», afferma Karsten Wambach, presidente di PV Cycle, «e pensiamo che sarà sfruttato in tutto il mondo». E aggiunge: «Penso sia importante per un’industria moderna occuparsi della fine del ciclo di vita dei prodotti, soprattutto in caso di produzione di massa». Una produzione di massa ormai prossima, nonostante l’apparente dominio (ora non più indiscusso) di fonti di energia fossili e non rinnovabili.
di Andrea Bertaglio


Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

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