7 luglio 2010

Le relazioni russo-turche nel quadro della politica vicino-orientale

Le relazioni tra Russia e Turchia stanno rapidamente procedendo verso una completa distensione. L’accordo commerciale siglato lo scorso 12 maggio da Recep Tayyp Erdogan e Dimitri Medvedev prova che Russia e Turchia sono intenzionate a stringere il loro legame cementatosi negli anni intorno ad un forte interscambio commerciale.


Sul piatto della bilancia ci sono anche valutazioni strettamente geopolitiche e strategiche. Infatti, la Russia vuole aumentare la sua egemonia energetica nei confronti dell’Europa e per questo ha bisogno di relazioni stabili con la Turchia, potenziale competitore come hub energetico per il trasporto di gas e petrolio. Inoltre, l’instabilità del Nord del Caucaso spinge entrambe le forze a collaborare per cercare di arginare quanto più possibile le rivendicazioni del Daghestan, della Cecenia e della Georgia. Stringere un forte legame con la Turchia significa per Mosca acquisire un ruolo maggiore nel Vicino Oriente cercando, grazie al supporto di Ankara, di scalzare Washington dalla regione. Tutte queste considerazioni permettono quindi di definire l’attuale partneriato tra Russia e Turchia come “strategico”.

Una breve panoramica storica
Eppure i rapporti tra Russia e Turchia non sono sempre stati idilliaci. Durante l’epoca imperiale, sia per l’impero zarista sia per quello ottomano, non c’era alcuna possibilità di distensione a causa di rivendicazioni territoriali che imponevano una situazione di perenne ostilità.

A comprendere per primo l’importanza dei legami con la Russia Sovietica fu Mustafà Kemal Ataturk, il quale cercò in un primo momento di stipulare accordi economici per ricevere supporto materiale ed economico da Mosca, salvo poi distanziarsi preoccupato dall’internazionalismo socialista.

Alla morte di Ataturk, nel 1938, l’asse turco si spostò verso la Germania accrescendo i timori dell’Unione Sovietica. La tensione tra i due stati continuò a montare per tutta la Seconda Guerra Mondiale sino a raggiungere il culmine con l’ingresso della Turchia nella NATO, nel 1952.

Con l’avvento di Chruscioff alla guida dell’URSS ci fu una prima fase di distensione. I timidi segni di avvicinamento si concretizzarono in alcuni accordi economici toccando l’apice con la firma del “Trattato di buon Vicinato” del 1972, che lasciava ancora insolute alcune questioni tra le quali la definizione dello status dell’isola di Cipro. Su quest’ultimo punto, l’Unione Sovietica si fece promotrice di una soluzione che tenesse conto soprattutto delle posizioni greche suscitando forti dubbi nella Turchia. La nascita della “Repubblica di Cipro del Nord” si risolse in un marcato allontanamento di Mosca da Ankara ed in un nuovo periodo di astio.

Per trovare un altro momento di allentamento dell’animosità bisognerà aspettare il 1985, quando Michail Gorbacioff arriva a capo dell’Unione Sovietica. Con l’insediamento del nuovo governo turco, presieduto da Turgut Ozal nel 1986, la Turchia, pur riproponendo la centralità della NATO nella propria politica estera, non si arrischiò mai in un aperto contrasto con Mosca promuovendo, per quanto possibile, relazioni amichevoli disturbate solo a partire dal 1988 dall’emergere del conflitto tra Azerbaijan e Armenia per il controllo del Nagorno Karabakh e dalla repressione sovietica dei nazionalisti azeri a Bakù nel 1990.

In seguito al crollo dell’Unione Sovietica, tra Russia e Turchia non furono poche le cause di tensione anche se si proseguì sulla strada di una progressiva normalizzazione. Il definitivo attacco armeno all’Azerbaijan, col quale l’Armenia si impossessò del Nagorno Karabakh, palesò la necessità di uno sforzo coordinato per risolvere la disputa. Tale sforzo si concretizzò in un patto di cooperazione firmato nel maggio 1992. Al contrario, la disgregazione della Jugoslavia aprì la strada ad un nuovo periodo di contrapposizione. Ankara si schierò coi musulmani di Bosnia, Mosca coi serbi.

Dopo gli eventi jugoslavi, i rapporti tra Russia e Turchia si sono rinsaldati intorno agli interessi economico-energetici e sulla scorta di una collaborazione politica nata nel 2001 con la sottoscrizione del Piano d’Azione Eurasiatica.



Relazioni economiche ed energetiche
Quindi, l’interscambio economico è stato un fattore determinante per la nascita di un rapporto normalizzato tra Russia e Turchia. Gli interessi commerciali di entrambe le potenze hanno permesso di superare i punti critici, consentendo di giungere ad uno stretto circuito economico-commerciale.

La dimensione economica dei rapporti tra Russia e Turchia prende piede dal 1984, quando i due paesi siglarono un accordo per l’approvvigionamento di gas naturale che Mosca avrebbe fornito alla Turchia. Quando, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, milioni di russi si riversarono nelle città turche il commercio tra i due stati non poté che crescere in modo rilevante.

Se si considerano gli investimenti diretti, è facile comprendere come i legami tra Russia e Turchia siano sempre stati stretti dal punto di vista economico dopo il 1991, con una progressiva crescita dei capitali investiti. Al 2005, infatti, la quota di investimenti turchi in Russia ammontava a circa 2.5 miliardi di dollari1 concentrati soprattutto nel settore edilizio, nella produzione di derrate alimentari e in industrie elettroniche. Negli ultimi tempi sono cresciuti molto anche gli investimenti russi in Turchia, concentrati soprattutto nel turismo e nel settore energetico, una delle chiavi della relazione russo-turca.

Il ruolo dell’energia nella politica estera sia russa sia turca è fondamentale. La Russia è il maggiore produttore mondiale di gas naturale, ed il maggior fornitore dell’Europa. La Turchia ha una forte domanda interna di gas, soddisfatta perlopiù dalla produzione russa. Inoltre, la Turchia è potenzialmente uno dei maggiori hub energetici del globo. La sua posizione geografica la rende una via d’accesso al mercato energetico europeo che potrebbe minacciare quella della Russia. Difatti, se il ruolo della Russia nella fornitura energetica sarà accresciuto da Nord e South Stream, i progetti alternativi (caldeggiati dagli Usa) come Nabucco, includendo la Turchia nel loro percorso, potrebbero trasformare la penisola anatolica in un competitore energetico di Mosca. Anche per questo è bene avere Ankara dalla propria parte stringendo accordi energetici che limitino l’influenza di progetti alternativi a quelli che passano per la Russia (Nabucco) ed aumentino invece quella di progetti in cui la Russia è il principale fornitore di gas (Blue Stream e Blue Stream II) per permetterle di accedere al mercato europeo.

Dunque, il vero nodo della relazione russo-turca è quello energetico. Per questo rapporti cordiali tra Mosca ed Ankara hanno un fine strategico da non sottovalutare se si tiene conto anche della preminenza degli Stati Uniti nel Vicino Oriente. Per recuperare l’influenza perduta dopo il crollo dell’Unione Sovietica in Asia Centrale e nel Vicino Oriente la Russia può far leva sull’arma energetica, ma la presenza Usa riduce le possibilità di manovra. Il tentativo russo pertanto è quello di diversificare le forme di trasporto del gas in Europa monopolizzando così le rotte caspiche in funzione anche del crescente ruolo che va assumendo l’Iran come produttore di petrolio e di gas naturale. Anche se l’Iran non può costituire ancora un problema per l’egemonia energetica russa, poiché pur avendo le risorse non possiede le infrastrutture necessarie per sfruttarle, è comunque un concorrente da controllare ed eventualmente limitare. In questo disegno Mosca dipende dalla Turchia. Se la Russia vuole monopolizzare le rotte energetiche non può fare a meno del sostegno di Ankara che, da far suo, accrescerebbe in una salda alleanza con Mosca il suo potenziale geopolitico trasformandosi nel tramite di molti progetti per il transito del gas naturale.



Questioni geopolitiche
Il trasporto di gas naturale e l’interscambio commerciale hanno dato avvio anche ad una stretta collaborazione sul piano politico. Ciò è stato possibile, secondo quanto sostiene Igor Torbakov2, per la mutata percezione turca della minaccia sovietica. Il crollo dell’URSS ha dissipato le preoccupazioni per una possibile invasione russa della penisola anatolica. L’effetto positivo di un simile cambiamento è stato subito visibile con l’incremento del commercio, ma si è tradotto in una piena collaborazione politica soltanto nel 2001 con la firma del Piano d’Azione Eurasiatica il cui obiettivo era favorire il dialogo su alcune aree tematiche tra cui quella politica.

Russia e Turchia, a ben vedere, condividono alcune preoccupazioni per l’instabilità del Caucaso del Nord dove il nazionalismo ceceno e la Georgia filo atlantica creano qualche turbolenza per le ambizioni russe.

La collaborazione politica tra Mosca e Ankara però non può che addensarsi intorno all’opposizione agli Stati Uniti nell’area vicino-orientale. Per la Turchia, l’antiamericanismo è ascrivibile all’invasione irachena del 2003 che potrebbe rinvigorire il nazionalismo curdo mirato alla creazione di un Kurdistan indipendente con sovranità su alcune zone della penisola anatolica che Ankara, comprensibilmente, non vuol cedere. Invece, per Mosca l’antiamericanismo è più un affare globale. La Russia sta tentando di porsi come mediatrice in un sottile equilibrio di potenze nell’area Vicino Orientale, in particolare tra Siria e Israele come dimostra la visita di Dimitri Medvedev a Damasco. La perdita di credibilità degli Stati Uniti favorisce l’inserimento russo in un vuoto lasciato da una politica troppo filo-israeliana. Per questo potenze come la Turchia e l’Iran cercano di creare le condizioni per un nuovo equilibrio di poteri che faccia a meno degli Stati Uniti e trovi attraverso la Russia una maggiore stabilità. È questa la ragione per la quale Ankara diventa un interlocutore importante per Mosca nel tentativo di allargare la propria influenza sul Vicino Oriente.

La comunanza di intenti non deve trarre in inganno, però. Tra Russia e Turchia non c’è pieno accordo, come dimostra il voto favorevole russo alla nuova tornata di sanzioni all’Iran. Un voto più in funzione anti-turca che anti-iraniana, proprio perché con l’accordo a tre Turchia-Brasile-Iran, la Turchia sta progressivamente sostituendo la Russia nella fornitura di materiale fissile all’Iran. L’Eurasiatismo russo, rilanciato da Putin, mira a riconquistare l’influenza perduta nell’area ex sovietica e non può prescindere dal mantenimento di un equilibrio tra Iran e Turchia. Mosca non può permettersi di avallare un asse Ankara-Teheran, anche per mantenere il monopolio delle rotte energetiche. Se è vero, come dimostra la richiesta del Kyrghizistan a Mosca di inviare il proprio esercito per sedare la rivolta che sta montando nel paese, che la Russia ha ancora una forte leva nell’area centroasiatica, la presenza cinese e il crescere della potenza iraniana non rendono il soft power russo così scontato. Pertanto, la svolta della “profondità strategica” che ha portato la Turchia a spostare il baricentro della propria politica estera sul Vicino Oriente abbandonando le ambizioni in Centro-Asia è stata accolta con molto favore da Mosca, che trova ora un possibile alleato nella Turchia.



L’accordo di maggio
È questo il quadro in cui Dimitri Medvedev ha visitato la Turchia l’11 ed il 12 maggio scorsi. La visita del presidente russo è stata finalizzata alla sottoscrizione di un accordo bilaterale che porterà Russia e Turchia ad aumentare i flussi commerciali di circa cento miliardi di dollari. L’accordo prevede anche investimenti russi per la costruzione della prima centrale nucleare turca e per la definizione del progetto della pipeline Samsun-Ceyhan.

Quali sono gli obiettivi di questo patto? In primo luogo, l’assicurazione di un rapporto duraturo tra Russia e Turchia. Mosca deve evitare che la Turchia possa trasformarsi in un avversario per mantenere intatte le rotte e l’egemonia energetica sull’Europa. Portare la Turchia dalla propria parte può significare limitare l’effetto di progetti alternativi, soprattutto quelli firmati Usa, di trasporto di gas o petrolio. Ankara, al contrario, coerentemente col suo nuovo piano strategico per l’energia, ha bisogno di diversificare le proprie fonti energetiche per accrescere il proprio ruolo di hub e divenire un elemento fondamentale nelle previsioni sia russe sia nordamericane.

È facile intuire quindi che l’accordo sottoscritto durante la visita di Dimitri Medvedev ad Ankara lo scorso 12 maggio si inserisce nell’ambito delle relazioni russo-turche come un tassello ulteriore per il rafforzamento delle rispettive pretese strategiche. L’accordo con la Turchia, infatti, offre alla Russia la possibilità di ri-approcciarsi all’Azerbaijan, in virtù della normalizzazione dei rapporti di quest’ultimo con la Turchia avvenuta due anni fa e dell’inserimento di Baku nei negoziati del patto siglato qualche mese fa. Di fatti, con questo accordo, la Russia potrà investire anche nella riserva di gas naturale di Shah Deniz in Azerbaijan. Se le ambizioni russe sono dunque quelle di riconquistare la propria leva nell’area centro asiatica, è necessario che essa riesca ad accrescere gli investimenti economici nell’area. E l’accordo di maggio offre questa grande opportunità non trascurando il ruolo della Turchia quale alleato strategico di Mosca.


Conclusioni: un asse Mosca-Ankara?
Le relazioni tra Mosca ed Ankara hanno raggiunto un livello di profondità mai raggiunto prima. La percezione della Russia non più come minaccia ma come attore principe delle dinamiche vicino-orientali, ha condotto la Turchia ad avvicinarsi sempre di più a Mosca sulla spinta di accordi commerciali. Dal canto suo, Mosca può sfruttare la posizione geopolitca della Turchia sia come tramite delle rotte energetiche che come freno per la penetrazione degli Stati Uniti nel Vicino Oriente. Entrambe le potenze sono risolute nell’impedire che siano ancora gli Stati Uniti a controllare le risorse dell’area. Tuttavia, le relazioni tra Mosca e Ankara non possono definirsi come una “alleanza” nel senso classico del termine. L’idea di un asse tra le due capitali viene meno se si pensa che la Turchia è ancora un membro della NATO. Seppur non accetta più passivamente i diktat di Washington ed ha intrapreso una politica estera basata sul concetto della “profondità strategica”, e quindi non vuole “nessun problema con i vicini”, è ancora troppo presto per parlare di una legame in grado di permettere l’uscita di Washington dal Vicino Oriente. Inoltre, Russia e Turchia rimangono sempre due stati in competizione. Le sanzioni all’Iran dimostrano che le relazioni possono essere condotte fintanto che le posizioni di entrambe gli stati siano funzionali ad un equilibrio di potenza accettabile. Quando questo viene meno, le divergenze non permettono una chiara definizione delle alleanze.

* Carmine Finelli è dottore in Scienze politiche e delle relazioni internazionali (Università degli Studi del Molise)

Fonte: http://www.eurasia-rivista.org







1 Fonte: Foreign Economic Relations Board’s October 2005 Country Report on Russia



2 Igor Torbakov, Making Sense of the Current Phase of Turkish-Russian Relations, Occasional Paper of The Jamestown Foundation, Ottobre 2007

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